Sardo casteddaio, 47 anni vissuti in libertà, per quanto possibile.
Ho superato lo scritto da avvocato ma non sono mai andato a dare l’orale.
Per 15 anni ho restaurato motociclette d’epoca, Honda Four e BMW G/S, per buona parte in nero, distrutto dalle tasse e dalla burocrazia ho iniziato a militare nella sinistra indipendentista, folgorato sulla via della “secessione” di Carlo Lottieri, divento “Nazionalista di libero mercato”, antisocialista.
Patito di libri e storie (non storia… che non esiste).
Appassionato di Libertà e delle sue declinazioni politiche. Amico di gente libera. Marito di una donna libera.
Sognatore, ispirato, polemico. Amante di una Sardegna che non esiste.
Qual è la sua visione sulla Sardegna come paradiso fiscale e qual è la sua “ricetta” economica?
«La ricetta economica è sempre la stessa: “libertà quindi responsabilità”.
Libero mercato, deregolamentazione ed istituzioni leggere che assistono gli imprenditori in un processo in cui lo Stato tende naturalmente a sfumare.
In realtà ho sempre parlato di “uno o più paradisi fiscali”, come federalista mi ispiro alla teoria della concorrenza istituzionale, credo che la soluzione migliore per gestire la Sardegna sia il modello cantonale svizzero votato alla proprietà privata con un occhio alla gestione dei beni pubblici tokenizzati. Piccole comunità che si autogestiscono in libero mercato facendosi concorrenza fra amministrazioni per alzare la qualità della vita fra consociati. È una visione complessa, riduttivo parlare di paradiso fiscale, la mia è una proposta eversiva, disarmata e pacifica ma eversiva, nel senso che è una chiamata alla riscrittura delle normas della mia piccola società.
Il paradiso fiscale è solo uno strumento per invogliare attività, imprese, rischio e capitali nei prossimi 20/30 anni…in cui l’Italia e l’Europa ci danno per spacciati.»
Come affronta il tema dell’indipendenza sarda?
«Sono abbastanza sereno, da anni giro per la Sardegna e posso affermare serenamente che la maggioranza dei sardi è votata al nazionalismo.
Non devo mai spiegare IL perché essere indipendentisti, semmai IL come.
Il tema dell’indipendenza sarda è rimasto irrisolto, mostri sacri come Lussu e Gramsci hanno piagato l’autodeterminazione dei sardi nel solco del socialismo.
L’indipendenza può essere raggiunta se diventa progetto di tutti per tutti ma non è col socialismo, non è con l’interventismo che si realizzano i sogni degli esseri umani.
In questi ultimi 30 anni l’indipendentismo europeo si è accomodato sull’idea che la comunità europea fosse la casa dei popoli, delle identità; tutto l’arco indipendentista, nel tempo, col fluire dei denari a debito, si è lasciato affascinare dall’idea che la pianificazione europea consentisse loro di sedersi al banchetto. Moltissimi si sono lasciati assorbire elettoralmente dall’orbita dei “partiti di governo” nella sempre meno credibile speranza che si concretizzasse il sogno europeo dei popoli. Il sogno dei popoli europei di fatto si è infranto sul referendum catalano del 2017. Scene terribili della polizia che si avventa sui votanti. Sono 9 anni in cui l’idea di autodeterminazione non riesce a rielaborare il lutto ed il tradimento delle istituzioni europee, patente emanazione delle istituzioni nazionali burocratiche per nulla disposte a trattare il tema della secessione. Sono stato uno di quelli traditi, militavo nella sinistra indipendentista ed ero affascinato dall’Unione Europea, sino a quando, incontrato il pensiero libertario, ho capito che il concetto di Unione è contrario ed opposto a quello di federalismo; l’unione dei popoli europei si può celebrare solo nella secessione pacifica e nel susseguente utilizzo di un sistema di libero mercato in un ordine il più possibile spontaneo fra genti che si riconoscono nella diversità. Sposo la visione di una Europa frammentata in micronazionalismi, istituzioni povere ed indifese che fanno capo a comunità libere, ricche ed organizzate.
Ovviamente è un processo che può riguardare tantissimi popoli che decidono di rinunciare agli apparati europei, ai sussidi, alle regolamentazioni dispotiche e scelgono un modello sociale che accetta diverse comunità con diversi progetti di vita che collaborano negli scambi di conoscenza dettati da comuni interessi di mercato, oltre il concetto di pianificazione sociale, pianificazione energetica, sanitaria e fiscale…
La mia personale visione della questione nazionale sarda abbraccia l’idea del plurinazionalismo sardo; “Federazione dei popoli sardi” è un concetto politico che abbraccia ogni aspetto del vivere comune pronto ad accettare tanti modi diversi di interpretare la realtà. In questa visione di tanti popoli sardi, finalmente liberati dall’intermediazione dello Stato, è possibile ragionare su l'accoglienza e sull’integrazione cercando in politica internazionale di avere a che fare coi paesi che tendenzialmente sono interessati al rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano. Fra brave persone che non sognano di aggredire il prossimo nessuno ha dubbio, non è possibile edulcorare teocrazie e modelli monopartitici. Credo che la visione federale di libero mercato sia la chiave per interpretare le esigenze di tutte le minoranze, garantendo varietà linguistica e libertà di ricerca del vastissimo patrimonio identitario. L’importante è che le soluzioni per la gestione dei beni comuni sia sostenibile sul mercato, senza sussidi e senza sovrastrutture. Ovviamente è un processo verso l'anarco capitalismo, ci vorrà tempo e volontà per affrontare un cambiamento strutturale.»
Qual è il suo progetto politico e come si strutturerà la futura candidatura a presidente della regione Sardegna?
«La mia offerta politica vuole incontrare la domanda dei tantissimi che, come me, non votano da tempo.
È rivolta principalmente al mondo del lavoro e dell’impresa in tutti i settori.
La nostra volontà è quella di trasformare la Sardegna in uno o più paradisi fiscali.
Attenuare la pressione dello Stato sui lavoratori sardi. Stressare l’ordinamento e scompaginare il piano politico proponendo soluzioni in palese contrasto con le normative italiane ed europee. È un progetto politico che intende occupare il vuoto dell’area liberale indipendentista.
Immagino un’azione politica votata alla sburocratizzazione, al taglio degli apparati e delle partecipazioni. Immagino la Sardegna come laboratorio dove questioni come pensioni, sanità e trasporti si possano interpretare liberando la capacità imprenditoriale dei sardi, oltre l’apparato burocratico ed il welfare state, creando sull’isola uno o più luoghi favorevoli alle attività imprenditoriali ed ai lavoratori, invogliando i tanti emigrati a tornare per occuparsi della propria gente in senso mutualistico, senza dover rinunciare alla crescita ed al profitto.
Per attuare una riforma di questo tipo, che ha la volontà di riscrivere il ritmo della società sarda, metteremo sul tavolo la rinuncia ai contributi europei ed al residuo fiscale con lo Stato italiano, pronti ad utilizzare i poteri ordinamentali della specialità regionale e l’autorità politica laddove non trovassimo disponibilità e buona fede nelle controparti.
L’Unione Europea e lo Stato italiano affermano che fra trent’anni i sardi saranno spariti, in Sardegna sono stati riversati miliardi di Euro che hanno implementato corruttela e disastri ambientali, la mia proposta politica è l’ultima chiamata per tutti i sardi pronti a candidarsi per disobbedire e riscrivere le regole della nostra piccola isola.
E Fintzas a s'indipendentzia!
Fintzas a sa federatzioni de sos populos sardos!»
Qual è il suo piatto preferito?
«Carciofi freschi e bottarga di muggine, olio e limone»
Qual è il suo vino o liquore preferito?
«D’estate bevo birra, d’inverno birra e “acua trente”»
